Sede: Corinaldo (Ancona)
Date di esistenza: sec. XII fine -
Intestazioni:
Comune di Corinaldo, Corinaldo (Ancona), sec. XII fine -, SIUSA
Castello di origine medievale, Corinaldo si costituì in libero comune tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII. La presenza del castello di "Collinalti" e della sua "curte" è attestata già nel 1186, quando l'insediamento viene citato in una carta di Fonte Avellana in relazione alla conferma di diritti enfiteutici e alla donazione di fondi rurali. L'esistenza di uffici comunali e quindi di una struttura civica, tuttavia, sono testimoniate direttamente solo a partire dal XIII secolo. Nel Duecento Corinaldo visse l'età delle lotte tra comuni, parteggiando ora per la fazione guelfa, ora per quella ghibellina. Nel 1248 il castello strinse un patto d'alleanza con Jesi ed entrò nella sua orbita di influenza; le condizioni concordate riguardavano l'elezione di un podestà jesino e la presentazione annuale di un pallio che la comunità doveva offrire alla città in segno di sudditanza, in occasione della festa di S. Floriano. Nel 1291 il pontefice Nicolò IV, premiando la devozione e la costante fedeltà alla Chiesa di Roma, esaudì una supplica inoltrata dai corinaldesi, concedendo ampi privilegi alla comunità. Essi si configuravano, in primo luogo, nella facoltà di eleggere liberamente, ogni anno e in perpetuo, il podestà e gli altri ufficiali. A queste figure, inoltre, era riconosciuto il mero e misto imperio, ossia la facoltà di amministrare la giustizia civile e criminale. La storia di Corinaldo nel secolo successivo è caratterizzata da brevi periodi di dominazione signorile ad opera di vari personaggi: Uguzio Muzzoli e Lello Ribaldi costituirono una signoria guelfa dal 1324 al 1341; Nicolò Bisaccioni fu signore di Corinaldo dal 1353 al 1360, dopo un decennio (1342-1352) in cui essa era tornata libero comune sotto la Santa sede, con podestà forestieri. Nel 1360 Corinaldo fu espugnata e rasa al suolo dalle milizie guelfe di Galeotto Malatesta, inviato dal cardinale Albornoz, il quale nella "Descriptio Marchiae" del 1356 circa, la citava in qualità di "Terra parva". Urbano V, nel 1366, autorizzò la ricostruzione del castello e lo infeudò a Nicolò Spinelli che lo tenne in signoria sino al 1383, quando Corinaldo tornò temporaneamente allo status di libero comune. Nel 1399 Bonifacio IX concesse la comunità in vicariato a Carlo, Pandolfo e Galeotto Malatesta. Il castello fu governato da Pandolfo sino al 1427, anno della sua morte. In seguito, sotto la signoria di Francesco Sforza, Corinaldo fu affidata, fin dal 1436, al dominio di Accattabriga, capitano dello Sforza, che in breve tempo divenne tiranno e signore del luogo, esautorando le magistrature comunali dai poteri tradizionalmente loro riconosciuti. Cacciato Accattabriga nel 1448, i rappresentanti della comunità sottoscrissero capitoli di sottomissione con la Santa sede. Da questo momento e sino al tramonto dell'antico regime, Corinaldo mantenne costantemente il proprio status municipale e le attribuzioni, facoltà e poteri delegati agli ufficiali comunali. Il nuovo assetto istituzionale del comune, al quale venne riconosciuta la condizione di "Terra immediatae subiectae" alla Sede apostolica, insieme alla conferma degli statuti e privilegi, si configurò e si sedimentò nel tempo come un governo oligarchico. La "Magnifica Terra di Corinaldo", costituita da un centro urbano e da un proprio territorio, era sottoposta al governatore generale della Marca, sedente in Macerata. Questo organo statale di amministrazione periferica disponeva dei poteri di controllo successivo sugli atti delle magistrature comunali, di esazione fiscale e di superiore giurisdizione penale e civile. Le principali istituzioni civiche corinaldesi, figure che le passate esperienze autonomistiche avevano reso tradizionali, furono sancite dal nuovo statuto del 1457, il primo corpo delle leggi comunali giunto sino a noi, anche se in forma incompleta. Il consiglio generale, principale assemblea pubblica formata da 60 membri (numero variabile nel tempo), disponeva del potere deliberativo, della "potestas statuendi" e del diritto di eleggere propri magistrati ed ufficiali. Al suo fianco operava il consiglio di credenza formato da un ristretto numero di eletti, con il compito di filtrare e approvare preventivamente le proposte da discutere nel consiglio maggiore. Il potere esecutivo era affidato al magistrato, organo composto da un gonfaloniere e tre priori, sorteggiati ed eletti pro tempore tra i membri del consiglio generale. Gli atti prodotti in relazione a questi uffici erano redatti nella segreteria priorale dai notai periodicamente chiamati al servizio del comune, i quali nel tempo sono detti anche cancellieri o segretari, rimanendo tuttavia sempre dotati di fides pubblica. Per un semestre, inoltre, e dal XVII secolo annualmente, si affidava ad un massaro, poi camerario, camborlengo o camerlengo, la gestione economica del comune: tutte le entrate e le uscite, tanto in denaro quanto in beni alimentari o di vario genere, erano amministrate da questo personaggio. A queste principali magistrature si affiancavano altri ufficiali quali il "sindico", che rappresentava il comune, e un avvocato che ne difendeva i diritti, mentre attraverso istituti come l'Annona e l'Abbondanza si provvedeva alla gestione della politica annonaria locale, con l'approvvigionamento di grano e generi vari per la comunità e prestiti, in grano e denaro, per i più poveri. Rappresentante in loco del potere centrale era il podestà o pretore, nominato annualmente con approvazione della Sacra consulta, forestiero. A costui il rinnovato statuto di Corinaldo del 1573 affidava l'amministrazione della giustizia: le cause civili, criminali, miste, di danno dato e le vertenze degli "extraordinarium" spettavano dunque al podestà, giudice ordinario che disponeva del mero e misto impero e della potestà della spada. Nel 1504, inoltre, il pontefice Giulio II concedeva al magistrato comunale il potere giudiziario in ordine al danno dato e agli straordinari. Più tardi ai priori si riconobbe la facoltà di giudicare in seconda istanza le cause civili, criminali e miste, figurandosi così una singolare prerogativa del gonfaloniere e priori di Corinaldo, ossia quella di locale tribunale d'appello. Il governo corinaldese, già a partire dal secolo XVI, si allineò al canone regionale, indirizzandosi verso una egemonia politica di stampo aristocratico. Il ceto dominante era costituito da un nucleo ristretto di membri provenienti dalle famiglie patrizie del luogo, che si alternavano nell'amministrazione della cosa pubblica. Quattro erano i gradi di rappresentanza presenti nel consiglio generale; ad essi si accedeva per diritto di nascita, titoli e anzianità. Tra i membri di questa oligarchia erano estratti a sorte i componenti del magistrato e delle altre cariche civili. Alla qualifica di gonfaloniere concorrevano coloro che erano compresi nel primo grado, vantando i titoli di dottore, capitano, e in subordine, maggiore nobiltà e anzianità. La vicinanza geografica con il ducato di Urbino ed i contatti economici, civili e sociali con il medesimo assunse per Corinaldo, in epoca moderna, una valenza istituzionale, anche se la Terra corinaldese continuò ininterrottamente ad essere iscritta nello Stato ecclesiastico. Dal 1550 Corinaldo fu retta dal cardinale Giulio Della Rovere, nominato governatore perpetuo, che delegò a Innocenzo di Sorbolongo, suo luogotenente, poteri, compiti e presenza in loco. Il comune, tuttavia, mantenne integre, in questo periodo, le proprie facoltà. Dal 1631 al 1641, la Terra fu concessa a Livia Della Rovere, vedova dell'ultimo duca di Urbino Francesco Maria Della Rovere, morto senza eredi maschi, eletta governatrice di Corinaldo e Roccacontrada (Arcevia) direttamente dal pontefice Urbano VIII, una volta ottenuta la devoluzione dello Stato di Urbino alla Santa sede. L'assetto del comune rimase sostanzialmente inalterato durante questa esperienza e tornò a configurarsi secondo tradizione alla morte della duchessa. A partire dal 1786 Corinaldo si fregiò, inoltre, del titolo di "Città", ad esso concesso dal pontefice Pio VI. Con l'arrivo delle truppe francesi, nel 1797, il secolare quadro istituzionale che aveva caratterizzato Corinaldo per tutta l'epoca di antico regime si frantumò. Nel 1808, durante il Regno italico, il comune venne compreso nel dipartimento del Metauro, all'interno del distretto di Senigallia, cantone di Montalboddo (Ostra) e due anni dopo elevato esso stesso al ruolo di capocantone. Con il riparto territoriale dello Stato pontificio del 1817, Corinaldo venne iscritta nella delegazione di Ancona, distretto di Jesi: il centro fu sede di un governatore che esercitava la giurisdizione anche sui comuni di Barbara e Montenovo (Ostra Vetere). Dieci anni dopo la comunità vide confermato il suo status, mentre il governatore estendeva il proprio territorio di competenza anche su Castelleone. In quest'epoca il consiglio comunale risultava composto di 24 consiglieri e in esso erano rappresentate tutte le categorie sociali; accanto al consiglio operava la magistratura composta di tre membri, con a capo il gonfaloniere e due anziani. Il gonfaloniere, che era scelto tra le famiglie più rispettabili per antichità e possidenza, rimaneva in carica due anni, gli anziani quattro e si rinnovavano per metà ogni due anni, mediante estrazione a sorte. La loro nomina era confermata dal delegato apostolico. Tra gli altri ufficiali pubblici, oltre al segretario comunale, con l'incarico di cancelliere e se notaio, con il compito di rogare gli istrumenti, i contratti e gli affitti della comunità, figurava l'esattore comunale, responsabile della gestione economica del comune. Nel 1860, Corinaldo, con tutta la Marca, venne annessa al Regno d'Italia, come comune facente parte della provincia di Ancona e capoluogo del IV mandamento comprendente anche i comuni di Barbara, Castelleone e Montenovo (Ostra Vetere). Non mutò sostanzialmente, negli anni successivi all'Unità, l'organizzazione amministrativa del comune, accentrata attorno alle tradizionali e già viste magistrature civiche, pur ora diversamente nominate e composte: il consiglio comunale, formato da 20 consiglieri (numero costante nel tempo), provenienti per lo più dal ceto dei possidenti, ma rappresentati anche da insegnanti, impiegati, commercianti; la giunta comunale, organo esecutivo composto dal sindaco e da sei assessori, quattro effettivi e due supplenti, con il compito di dare esecuzione a quanto deciso dai consiglieri ed esercitare un controllo sul regolare andamento dei servizi municipali.
Condizione giuridica:
pubblico
Tipologia del soggetto produttore:
ente pubblico territoriale
Profili istituzionali collegati:
Comune, 1859 -
Comunità (Stato della Chiesa), 1815 - 1870
Comunità (Stato della Chiesa), sec. XIV - sec. XVIII
Complessi archivistici prodotti:
Comune di Corinaldo (fondo)
Bibliografia:
C. GIACOMINI, L'Archivio del Comune di Corinaldo. Antico Regime e aggregati, Regione Marche - Centro beni culturali 1998
D. CECCHI, Dall'età signorile all'età post-unitaria. Le giurisdizioni amministrative in età moderna, in Economia e società. Le Marche tra XV e XX secolo, a cura di S. ANSELMI, Bologna 1978
E. LODOLINI, L'archivio della S. Congregazione del Buon Governo (1592-1847). Inventario, Roma 1956
I. STELLUTI SCALA, Le istituzioni di beneficenza nella Provincia di Ancona, Firenze 1893
R. DOMENICHINI, Il Dipartimento del Metauro nell'età napoleonica (1808-1815), in Atti e memorie della Deputazione di Storia patria per le Marche, 92 (1987) Ancona
R. DOMENICHINI, Organi giurisdizionali tra Marca e ducato di Urbino nei fondi dell'Archivio di Stato di Ancona, in "Archivi per la Storia", 1-2, Firenze 1991

